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Femminicidio di via Patti, l’omicida accusato di violenza sessuale

La confessione di Mirko Genco usata contro di lui: i reati di cui è accusato più le aggravanti prevedono la pena all’ergastolo

REGGIO EMILIA. È ufficiale: Mirko Genco, il parmigiano 24enne assassino reo confesso di Juana Cecilia Hazana Loyza, 34 anni, sgozzata nel parco di via Patti, è accusato anche di violenza sessuale, oltre ad altri due reati. La posizione dello stalker tramutatosi in omicida si è aggravata e pure di parecchio: oltre all’omicidio volontario aggravato (le tre aggravanti consistono in futili motivi, recidiva dello stalking e minorata difesa della vittima) è stata formalizzata l’imputazione di violenza sessuale, furto e violazione di domicilio. È quanto è emerso ieri in tribunale a Reggio durante l’udienza di convalida.

Furto e violazione di domicilio derivano dalla conferma della circostanza, raccontata dal 24enne, di aver prima colpito e tentato di strangolare Cecilia poi, lasciandola a terra priva di sensi, di aver preso dalla borsetta le chiavi di casa, di essersi recato nell’appartamento (dove dormivano il figlio di due anni e la nonna) per prelevare il coltello da cucina e tornare al parco per finirla a suon di coltellate. La nonna ha dichiarato di aver sentito, alle due di notte, che qualcuno era entrato; non si è allarmata poiché ha pensato fosse Cecilia.

L’accusa di violenza sessuale è basata sulle affermazioni autoaccusatorie del 24enne, che sono state usate contro di lui. Genco ha affermato che, prima che una frase della giovane facesse deflagrare la sua ira, i due avrebbero consumato un rapporto sessuale (a suo dire consenziente) nel parco. Secondo l’accusa, poiché Cecilia non era lucida (questo lo hanno confermato le telecamere stradali, che l’hanno ripresa barcollante) e poi a terra semincosciente per la stretta alla gola, la giovane non sarebbe stata in grado in alcun modo di esprimere un reale consenso.

Questa la tesi della Procura, che potrebbe avere in mano un altro tipo di riscontro, in attesa dell’autopsia. È possibile però un’altra lettura, riconducibile a una tattica dell’accusa: l’imputazione di “omicidio volontario aggravato dall’articolo 576 numero 5” prevede che, qualora l’omicidio sia stato commesso per compiere una violenza sessuale, la pena prevista sia l’ergastolo: e per delitti punibili con l’ergastolo il rito abbreviato non è ammesso.

Il pm ha “puntato in alto”, al massimo della pena possibile.

Tornando alla convalida di ieri, si è svolta a porte chiuse alla presenza – singolare contrappasso – di sole donne: il gip Silvia Guareschi, l’avvocato difensore Alessandra Bonini e il pm Maria Rita Pantani.

L’imputato, videocollegato dal carcere della Pulce (la seduta è iniziata in ritardo per problemi di collegamento), si è avvalso della facoltà di non rispondere e il suo legale si è rimesso a giustizia, anche perché non è possibile una sistemazione alternativa alla reclusione (i nonni del 24enne non ne vogliono più sapere di lui).

Il pm Pantani, che ha parlato per oltre mezz’ora dipingendo Genco «socialmente pericoloso», ha chiesto la conferma della misura cautelare.

Il gip si è riservato – dovrà esaminare un fascicolo corposo – e la decisione arriverà oggi, ma l’esito è scontato.

A ruota l’incarico per l’autopsia è stato affidato al dottor Vittorio Gatto della Medicina legale di Modena. L’esame inizierà giovedì: potrebbe durare più giorni poiché il pm Pantani ha posto due pagine di quesiti su causa di morte, violenza sessuale ed esame tossicologico. La difesa ha rinunciato al consulente di parte, mentre potrebbe richiederlo il legale che tutela il figlio di Cecilia.

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Pubblicato su Gazzetta di Reggio