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«Delinger era un uomo di pace. Fu combattente per la libertà»

Il ricordo di Alessandro Fontanesi dopo la morte del partigiano Livio Piccinini. L’ex sindaco Burani: «Orgoglioso di avergli conferito la cittadinanza onoraria»

CAVRIAGO. «La mia è stata la storia di tanti di loro. Io ero uno di loro: di quelli che si sono ribellati alle ingiustizie sociali e alla dittatura, che loro malgrado hanno imbracciato le armi per cacciare l’invasore tedesco e conquistare la libertà. La nostra, soprattutto quella più povera, era una umanità dolente ma che al suo interno aveva tante risorse e una straordinaria voglia di riscatto dalla miseria, dalla ignoranza e dalle prevaricazioni». A ricordare queste parole di Livio Piccinini, scritte nella sua autobigrafia “Delinger. Una scelta per la libertà”, è Alessandro Fontanesi.

«Era il penultimo di 8 fratelli di una famiglia, quella dei Piccinini, di profonde convinzioni antifasciste, che fu sempre impegnata politicamente e socialmente anche dopo la Liberazione – afferma Fontanesi –. Cinque dei suoi fratelli, Mario, Paolo, Giuseppe, Libero e Luigi, erano infatti partigiani, ma fu in particolare con “Onin” che il 7 luglio 1944 fuggì dalla caserma di Casale Monferrato per unirsi alle formazioni dei partigiani della montagna, entrando a far parte del distaccamento Beucci. Livio è certamente ricordato per essere stato protagonista, tra gli altri, del celebre attacco al comando tedesco di Villa Rossi a Botteghe di Albinea, l'Operazione Tombola del 27 marzo 1945, tra i pochissimi testimoni rimasti di quel fatto. In quelle semplici e chiarissime parole della sua autobigrafia, traspare chiaro il senso di quella “scelta per la libertà” avvenuta loro malgrado. Perché va detto soprattutto oggi, dove le visioni della storia sono violentemente distorte, in modo altrettanto chiaro, che i partigiani non hanno combattuto per la voglia di fare la guerra, ma la guerra voluta dal fascismo l’hanno subita, pagandone le conseguenze fino al prezzo della vita. Con implicazioni spesso drammatiche negli anni successivi alla Liberazione, quando i partigiani finivano in galera e i fascisti tornavano nei loro posti nelle questure, nelle prefetture, negli uffici pubblici, addirittura nei tribunali. Oggi è uso comune parlare di “partigiani della Costituzione” e mai come per Livio l’appellativo calza alla perfezione. Nei suoi incontri nelle scuole e con le nuove generazioni, infatti, aveva la predilezione di evidenziare quel ripudio per la guerra, caposaldo proprio della Costituzione. Perché Livio sapeva cos’è stata la guerra, l’aveva patita e subita assieme alla sua famiglia e ai suoi compagni, tuttavia senza mai rinunciare a lottare per archiviare fascismo e guerra stessa. Con altrettanto chiaro quello che doveva essere l’avvenire del nostro paese, edificandolo proprio su quello straordinario senso di umanità che aveva contraddistinto la generazione dei partigiani. Livio è morto a 96 anni, senza mai venir meno un solo giorno della sua vita a quegli ideali di libertà e giustizia sociale che lo avevano spinto a fare una scelta niente affatto scontata, ma limpidamente necessaria e ancor oggi più attuale che mai, contro il fascismo. Bella ciao comandante».

Anche Paolo Burani, ex sindaco di Cavriago, ricorda Delinger. «Con la scomparsa di Piccinini si chiude un’epoca. Livio era l’ultimo partigiano cavriaghese, l’ultimo testimone diretto della pagina più gloriosa della nostra storia contemporanea. Mi ha onorato della sua amicizia e del suo affetto. Lo avevo cercato e scovato dopo molti anni di silenzio e lontananza dalla sua Cavriago, nel 2011. Aveva deciso di spendere gli ultimi anni della sua vita per fare memoria di ciò che avvenne negli anni del fascismo e della lotta di Liberazione. Uomo di grande intelligenza, equilibrio. Mai una parola di rancore, odio, durezza. Come emerge chiaramente dal libro che scrisse assieme al nipote Franco Piccinini, uomo di pace. Questo era il suo messaggio ogni volta che parlava, che era invitato a commemorazioni, incontri: lui che aveva conosciuto la guerra nei suoi aspetti più crudi e orrendi, non si stancava mai di predicare la pace. Mi portò nei luoghi della sua Resistenza: Lama Golese, la Gatta, Villa Calvi, la “Pipola” nelle campagne di Cavriago. Fui orgoglioso assieme all’amministrazione comunale di conferirgli la cittadinanza onoraria di Cavriago nel 2016, “in segno di riconoscimento e gratitudine per la coerente e coraggiosa testimonianza dei valori della Resistenza, della Democrazia, della Libertà; per il suo impegno di cittadino in favore della pace e della giustizia sociale; per l’instancabile impegno educativo nei confronti dei giovani e per il grande esempio di passione civile”».—

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Pubblicato su Gazzetta di Reggio