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Coronavirus, le 15 salme non saranno riesumate

Per il perito, l’autopsia non risolverebbe il dubbio sulle morti sospette. Il giudice rigetta la richiesta di incidente probatorio

MONTECCHIO

Qualora fossero riesumate le salme, le autopsie non potrebbero garantire se la causa della morte dei 15 anziani morti in piena pandemia alla casa della carità “San Giuseppe” di Montecchio sia ascrivibile al Coronavirus. A dirlo, ieri, è stato il giudice per l’indagine preliminare Andrea Rat, che ha quindi rigettato la richiesta della procura di effettuare un incidente probatorio sulla base delle conclusioni del perito. Il professor Claudio Buccelli (a capo della Medicina legale dell’Università Federico II di Napoli) è entrato nel merito del delicato caso incentrato sulle morti sospette finite sul tavolo del pm Piera Giannusa, che aveva chiesto di riesumare tutte quelle salme che, inizialmente, erano 18, ma tre deceduti sono già stati cremati. La Procura ha indagato 5 persone con la doppia l’imputazione per omicidio colposo e delitto colposo contro la salute pubblica, proponendo l’esame irripetibile sulle salme, che è stato però boccito. «Si tratta un percorso pionieristico» ha detto ieri il giudice Rat prendendo come spunto le parole riportate nella relazione di Buccelli. Quello trattato ieri, infatti, è il primo caso in Italia di morti sospette per Covid in cui ci si esprime in merito. Per l’esperto manca ancora letteratura scientifica mondiale in merito. Non solo: i dubbi riguardano anche la salute pubblica, e quindi la possibilità di contagio per gli operatori (consulenti, periti e collaboratori) tra scavi, estrazioni delle salme e autopsie in caso di decessi avvenuti con la presenza del contagio. «La non conoscenza da parte della scienza del comportamento del virus eventualmente presente non esclude che esso stesso comporti un rischio a prescindere dallo stato di decomposizione» rimarca il perito, le cui conclusioni sono riportate nel lungo dispositivo elaboratore dal giudice Rat. A questi quesiti si aggiunge poi quello sul costo delle riesumazioni alla luce anche della possibile «inconcludenza del risultato».

«Mi sono sempre opposto alla riesumazione e ho avuto ragione» esulta l’avvocato Nino Ruffini, che difende due dei cinque indagati, vale a dire il direttore della Casa di Carità, Fabrizio Bolondi (54 anni, direttore, di San Polo), e la coordinatrice della struttura, Beatrice Golinelli (47 anni sempre di San Polo).

«Il gip ha affermato che bisogna compiere un bilanciamento tra le esigenze della giustizia e la salute pubblica, con i rischi che ne possono derivare. Ha quindi ritenuto che questo bilanciamento sia negativo soprattutto nel riconoscimento degli interessi primari, vale a dire la tutela della salute pubblica».

Indagati nell’inchiesta ci sono anche don Angelo Orlandini (60 anni, presidente, residente a Montecchio, difeso dai legali modenesi Nicola Termanini e Roberto Mariani), Andrea Muzzioli (modenese 51enne, responsabile prevenzione e sicurezza per i dipendenti) e Paolo Formentini (medico del lavoro 68enne di Reggio Emilia, tutelato dai legali Enrico Della Capanna e Rolando Dubini). Il gip ha quindi restituito gli atti alla pm, che dovrà trovare ora un’altra strada per proseguire le indagini. —

Enrico Lorenzo Tidona

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Pubblicato su Gazzetta di Reggio