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Uccisero il connazionale Il testimone: «Scavando ho trovato il cadavere»

Sentito in udienza l’operaio che era ai comandi dell’escavatore con il quale fece la macabra scoperta del cadavere di Ahmed Waqas

FABBRICO. «Ho trovato io il corpo mentre scavavo». A parlare ieri mattina davanti al giudice Cristina Beretti e alla giuria popolare è l’operaio che con il suo escavatore stava lavorando sul cumulo di macerie sotto il quale fu ritrovato, nel 2014, il corpo senza vita del 22enne pakistano Ahmed Waqas, che secondo l’accusa fu tratto con un inganno dal connazionale 49enne Mustapha Ghulam (già condannato per omicidio volontario in abbreviato a 16 anni di carcere, diventati 14 in appello) e dal 39enne Shamraiz Sadiq Naveed.

Quest’ultimo, tutt’ora a piede libero – ieri non presente in aula – ha scelto il dibattimento, affrontando così il giudizio davanti alla giuria popolare, riunitasi ieri al primo piano del tribunale di Reggio, dove sono stati sentiti tre testimoni tra i quali l’operaio che trovò per primo il cadavere. Ha ricostruito la macabra scoperta.

Entrambi gli imputati sono accusati fin da principio di aver ucciso il connazionale, prima colpito con un fendente al ventre, poi con un altro alla gola, e sotterrato in un campo in via Cascina a Fabbrico. L’innesco dell’omicidio sarebbero alcune malignità che il 22enne aveva riferito sul conto della moglie di Naveed. Il cadavere fu trovato molti mesi dopo.

Oltre all’operaio è stato sentito come testimone anche il carabinieri che era stato chiamato per primo dopo il ritrovamento del corpo, e un altro dipendente della ditta titolare dei lavori e che si era vista bloccare il cantiere. Non c’era invece il medico legale per un impedimento. È stato però conferito l’incarico al perito per la trascrizione delle conversazioni telefoniche, in attesa della prossima udienza durante la quale saranno sentiti il papà (assistito dell’avvocato Francesco Tazzari)e lo zio della vittima (assistito da Mario Di Frenna). Ghulam è già stato colpito dalla sentenza di secondo grado per omicidio, occultamento e distruzione di cadavere.

I reati consumati furono scoperti dopo un’indagine complessa che svelò una vicenda criminale intricata. I due avrebbero architettato una messa in scena per far cadere il connazionale nella trappola e quindi ucciderlo. Hanno fatto innamorare Waqas di una donna in realtà inesistente se non su un profilo Facebook da loro gestito, per indurlo ad allontanarsi da Fabbrico per seguirla in Germania, tendendogli la trappola. —

Enrico Lorenzo Tidona

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Pubblicato su Gazzetta di Reggio